7 trend che nel 2019 trasformeranno l’IT aziendale

MILANO, 29 novembre 2018 – Per le aziende globali e gli enti governativi, la sfida del 2019 sarà garantire i risultati delle attività in un contesto “in real time”. Le aziende del settore tecnologia, in particolare, dovranno impegnarsi molto per continuare a soddisfare appieno le aspettative, in un periodo di cambiamenti sempre più veloci. Dovranno infatti dimostrare ai propri clienti l’utilità della tecnologia per raggiungere gli obiettivi, migliorarne la flessibilità, i livelli di sicurezza e gli eventuali impatti in quest’ambito, altrimenti rischieranno la rovina. Di seguito, il punto di vista di Verizon Enterprise Solutions riguardo i trend delle tecnologie aziendali che probabilmente nel 2019 coinvolgeranno i clienti, siano aziende globali o enti governativi.

 Il concetto di tempo reale inizierà a trasformare l’operatività aziendale:

Le tecnologie fondamentali – Software Defined Network, 4G, Internet of Things, video intelligenti, sicurezza, telematica – stanno già cambiando l’operatività in azienda. Nel 2019, i CIO più consapevoli si concentreranno su come ripensare questo aspetto, per sfruttare anche l’enorme potenziale delle tecnologie più innovative come il 5G, l’intelligenza artificiale/machine learning, l’automazione e la robotica, la realtà aumentata e virtuale e il cloud di ultima generazione, compreso l’edge computing. Molte di queste tecnologie infatti sono passate dall’essere solo concetti a realtà, e chi sfrutterà meglio i vantaggi che offrono sarà sempre più competitivo in futuro.

2) Le aziende investiranno nelle performance: I CIO si stanno rendendo conto del fatto che la rete è essenziale: porre le basi su una rete sicura e consolidata consentirà infatti di offrire piattaforme innovative, e soluzioni che faranno compiere un passo avanti all’azienda. Poi, dipende tutto dal livello di servizio e dalle tecnologie che lo supportano, grazie alle quali le applicazioni che si basano sulla rete possono funzionare – il supporto, i servizi professionali, gli accordi sui livelli di servizio e altri fattori. La chiave è trovare un partner esperto, con il know how in ambito reti per aiutare le aziende a raggiungere i propri obiettivi. Senza una capacità di rete solida, oggi non è possibile gestire un’azienda moderna.

3) Ci ricorderemo che il cliente è sempre al centro: la customer experience è un argomento di cui si discute da anni, ma molti di noi hanno un’esperienza opposta, con grandi brand che deludono. L’intreccio tra IA e sistemi di customer experience è un’opportunità unica di arrivare al concetto di “personalization for you”, rimettendo il cliente al centro delle opportunità per le aziende. Le organizzazioni più efficienti utilizzeranno i dati per creare engagement presso gli utenti, senza mai dimenticare che quest’ultimo è la base per costruire una vera relazione con il brand. La tecnologia verrà invece utilizzata per applicare queste strategie su larga scala, e velocemente.

4) Ci concentreremo sull’efficacia delle transazioni: Da tempo si parla di SDN, ma questa tecnologia ormai è qualcosa di concreto, è realtà, e sta già rivoluzionando le opportunità delle aziende in tutto il mondo; inoltre, può essere configurata su misura, per rispettare gli standard in materia di sicurezza e costi. Nel 2019, la buona riuscita a livello di organizzazione dipenderà proprio dall’abilità dei CIO di sfruttare le numerose opzioni che questa tecnologia offre, conferendo quindi le caratteristiche di flessibilità, agilità e scalabilità necessarie a gestire l’azienda. A questo punto non si tratta più di reti adatte alle applicazioni, ma è necessario invece concentrarsi sull’efficacia della transazione, e sulla definizione di policy che consentano la specifica applicazione, e le impostazioni di tempistica e location che faranno la differenza.

5) La privacy, in qualsiasi contesto, sarà fondamentale: mai come in questo momento l’attenzione è rivolta all’importanza della privacy, visto che le violazioni di dati sono sempre all’ordine del giorno. Gli utenti delle applicazioni sono estremamente attenti al modo in cui vengono utilizzati i loro dati. Nel 2019, osserveremo un focus particolare sui requisiti di privacy in tutti i contesti, anche in relazione al concetto di location-based awareness. Tutto ciò cambierà il modo in cui le organizzazioni sono in grado di affrontare il tema sicurezza, e condizionerà anche la loro capacità di tutelare le informazioni di identificazione personale.

6) L’automazione trasformerà la forza lavoro: l’automazione dei processi attraverso la robotica e il machine learning cambierà il modo di lavorare nelle aziende, e quindi le competenze necessarie. Nel 2019, sia il mondo della formazione che le aziende si impegneranno per dare vita ad una comunità di data scientist e specialisti del machine learning, così da soddisfare la richiesta di skill necessarie in futuro, e non di competenze ormai superate.

7) Torneremo alle basi della sicurezza (di nuovo), ma soffermandoci anche sugli aspetti specifici: nel 2019, le organizzazioni si impegneranno maggiormente per rafforzare il proprio posizionamento in ambito sicurezza. Questo significa comprendere i rischi connessi al proprio ambiente, ed essere certi di applicare i principi base per difendere l’azienda; inoltre, è sempre cruciale curare l’infrastruttura IT, perché sia attuale e al riparo dalle vulnerabilità. La sicurezza della rete è fondamentale – in un mondo software defined, la segmentazione e la sicurezza sono elementi centrali del puzzle. Ma sarà sempre più utile anche la visibilità dei dati, per trarne insight, e dunque decisioni, su come mitigare minacce informatiche specifiche. Agire sarà comunque imprescindibile – altrimenti, che sia dal board o dal cliente, verranno richieste delle spiegazioni.

“I nostri clienti cercano nuove strade per ottenere insight immediati sull’operatività, o sulla loro clientela. La real time enterprise è l’obiettivo al quale vogliono arrivare, indipendentemente dalla fase del loro customer journey, o dal Paese in cui si trovano”, ha dichiarato George Fischer, Presidente di Verizon Enterprise Solutions. “Il punto non è più la digital transformation- ormai è data per scontata, e va sempre più veloce, alimentando la necessità di insight in real time. Il punto, per i clienti, è capire come plasmare e gestire il digitale al fine di cambiare le proprie opportunità, e per progredire”.

Fischer continua “In tutto il mondo, la velocità con cui le aziende lavorano, la competizione – e anche il fallimento – sono in aumento. Il nostro lavoro è attingere al nostro mix unico di expertise tecnologica, know how nei servizi professionali e nei modelli di servizio globali, per concretizzare il concetto di real time enterprise. Si tratta unicamente di sfruttare la nostra esperienza di lavoro globale e su larga scala per supportare i nostri clienti aziendali e gli enti governativi nel raggiungere i propri obiettivi, in tutto il mondo”

Verizon

Con sede a New York, Verizon Communications Inc. (NYSE, Nasdaq: VZ) ha generato circa 126 miliardi di dollari di ricavi nel 2017. Verizon gestisce la rete wireless più affidabile d’America e la rete a fibra ottica più avanzata, e fornisce soluzioni aziendali integrate ai clienti in tutto il mondo. Oath, la società sussidiaria, mette in comunicazione circa un miliardo di utenti a livello globale, grazie ad un ampio portfolio di brand del settore media e tecnologia.

25/27 Maggio 2018 BIG DATA E GDPR WEEK END

Ragazzi

il 25 Maggio 2018 festeggeremo a Bellaria all’hotel San Salvador    il BIG DATA E GDPR DAY , dove troverete ogni INFO per partecipare.

Sarò un week end in salsa privacy, dove i relatori, insieme all’Ingegnere Informatico Roberto Marmo parleranno di digitale in un’ottica bona fides. Con il supporto di esperti  si  discuterà di  big data, di IA, di  IOT e di qualunque declinazione dei social media. Il corretto utilizzo di questi sistemi  permetterà la crescita della fiducia dell’utente.

Tra una considerazione e l’altra troveremo il tempo per un bagno al mare, una gara di cucina e una gita alla Rimini storica.

Mi pare un magnifico modo per festeggiare l’attesa piena applicabilità del GDPR.

 

Anche questa è privacy

Il Ribaltone della NET Neutrality

 

Il Fatto

 

    1. La Federal Communication Commission (FCC), l’agenzia che regola il settore delle comunicazioni negli Stati Uniti, ha deciso (di recente) di eliminare le regole sulla net neutrality. approvate due anni fa quando l’agenzia era a base democratica.

La net neutrality (o neutralità della rete) è un principio in base al quale nessun provider (ISP o fornitore di servizi di telecomunicazioni) dovrebbe decidere se rendere più lento o più veloce l’accesso a una determinata pagina, permettendo così a qualunque sito internet di avere pari dignità (e opportunità) nel magico mondo digitale. I provider in base alla net neutrality non dovevano fino ad oggi agevolare la creazione di una qualche “corsia preferenziale” (magari a pagamento) sulle autostrade della rete.

Da pochi giorni invece esiste un nuovo regolamento per gli ISP statunitensi che ribalta la disciplina precedente. Detto Regolamento approvato a maggioranza – con 3 sì contro 2 no –  dall’agenzia indipendente FCC presieduta da Aji Pai e ora a base repubblicana consentirebbe – a detta dei detrattori – agli ISP  di gestire liberamente il traffico online, potendo quindi bloccare, rallentare o accelerare il passaggio di alcuni dati rispetto ad altri, senza particolari limitazioni, con  il solo obbligo di avvisare i loro clienti sulle disparità di trattamento che decideranno di attuare.

Diverse associazioni di consumatori e alcuni colossi come Netflix, Google e Twitter  hanno annunciato di volere fare ricorso in tribunale contro questa decisione, mettendo in discussione la validità del regolamento e sostenendo che l’enorme potere concesso ai provider inficerebbe la libertà (anche di pensiero) della rete.

Cos’è la net neutrality
Il concetto, nell’accezione attuale applicata a Internet, risale al 2002 ed è attribuito a Tim Wu che è ora docente di legge presso la Columbia Law School di New York.

Il teorema parte dalla considerazione che per  navigare online, qualunque utente deve fare riferimento ad un provider, cioè il soggetto che gestisce fisicamente la connessione dati e che smista  le trasmissioni in modo da permettere l’accesso a   qualsiasi sito nel mondo. Avendo gli ISP  il potere di decidere come gestire le connessioni occorrono delle regole (esistenti fino ad oggi) di net neutrality che obbligassero i provider a fornire le connessioni in modo imparziale senza tenere in considerazione il loro contenuto, trattando quindi tutti i dati allo stesso modo senza permettere favori o protezioni.

Le origini della net neutrality
In realtà il paradigma della net neutrality   arriva da lontano e cioè dalla seconda metà dell’Ottocento, in epoca priva di Internet, ma in cui comunque occorreva garantire il passaggio delle informazioni senza particolari restrizioni e discriminazioni, attraverso mezzi di comunicazione allora emergenti come il telegrafo.

Negli Stati Uniti si iniziò a parlare in modo esteso di neutralità delle reti in quel periodo, considerando come regola base che tutto il traffico su un determinato mezzo di trasmissione (o di trasporto) dovesse essere trattato allo stesso modo.

I sostenitori della neutralità

Secondo i sostenitori della neutralità della rete, è stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti a decretare il successo di Internet. L’accesso a pari condizioni al web avrebbe permesso a Google, Amazon e Yahoo di partire dal nulla e di diventare in pochi anni alcune delle società più grandi al mondo, lasciando al tempo stesso la possibilità ad altre piccole aziende di trovare un loro spazio e di crescere, come nel caso di Facebook e Twitter, arrivate più tardi sul mercato.

Se i provider – sostengono i sostenitori della neutralità – si mettessero a chiedere ad esempio ai siti che trasmettono video in streaming di pagare una tariffa più alta, perché consumano più banda, probabilmente solo i più importanti  come YouTube avrebbero  risorse per contrattare e pagare le cifre richieste, mentre i più piccoli non riuscirebbero  a sostenerne i costi, rimanendo così svantaggiati e senza possibilità di crescere.

I contrari alla net neutrality

Chi è contrario sostiene invece che il trattamento alla pari del traffico potrebbe danneggiare l’innovazione perchè alcuni servizi potrebbero avere la necessità di essere gestiti senza ritardi (pensiamo ad esempio alle videochiamate) e con una quantità adeguata di banda e i provider potrebbero allo scopo sperimentare opzioni “premium” da fare pagare ai loro clienti, per dare la precedenza a un determinato tipo di traffico. In caso di applicazione rigida di net neutrality ciò non sarebbe possibile, limitando la possibilità per i provider di creare nuovi servizi.

Inoltre i sostenitori delle nuove regole affermano che non era necessaria la disciplina di cui al 2015 sulla net neutrality, poiché  la rete fino ad allora non aveva problemi di alcun tipo per quanto riguarda la disparità di trattamento dei siti e dei servizi online. Il capo della FCC, Ajit Pai, ha sempre sostenuto che le vecchie regole fossero superflue e di aver lavorato da inizio anno al piano  contro la net neutrality, su indicazione dell’amministrazione del presidente Donald Trump.

Il dibattito negli Stati Uniti
Il dibattito sulla net neutrality riferita a Internet e alle connessioni ad alta velocità   negli Stati Uniti risale al 2004 e in seguito a una sentenza del  gennaio 2014 è tornato più prepotente di prima, quando la corte d’appello di Washington, DC  affermò che le regole precedenti imposte dalla FCC sulla net neutrality non fossero state valide  (si faceva riferimento alla Open Internet Order, una direttiva del 2010 che impediva ai provider di bloccare contenuti e fare discriminazioni “irragionevoli” online, mentre dava margini più ampi ai gestori mobili)

In seguito sono state approvate le regole del 2015, volute dalla FCC di area democratica facenti capo a Obama, poi ribaltate con la decisione di ieri.

E in Europa?
Almeno sulla carta, la neutralità della rete è tutelata con minori sfumature nell’Unione Europea. A inizio aprile il Parlamento europeo ha determinato un Regolamento sulle telecomunicazioni, che, oltre ad avere sancito l’abolizione delle tariffe del roaming per i cellulari all’estero, ha previsto più garanzie per la neutralità della rete.

Conclusioni
Credo che non vi sia dubbio che regolamentare Internet sia opera ardua proprio per come è strutturata la rete. I sistemi per stabilire le connessioni e quelli per gestire il traffico si modificano ed evolvono di continuo, così come si trasformano i servizi che diventano sempre  più pesanti e più ingordi di banda. Inoltre negli anni si è osservata l’evoluzione delle modalità per  collegarsi a Internet, prima tramite la connessione telefonica e poi con strumenti sempre più sofisticati anche nel mobile.

Credere che i fornitori di servizi (che siano quelli di connessione come gli ISP o anche i gestori di servizi dell’informazione come Google o Facebook) si facciano garanti della imparzialità della rete mi sembra pura utopia.

I primi forniscono le autostrade, i secondi gestiscono le tratte, ma le auto sono le nostre e solo noi possiamo sapere quale sarà la via migliore

Vecchio articolo (mai pubblicato ma attuale) Identità e Eredità Digitale: il Convegno 4 dicembre 2014, con il Prof Stefano Rodotà

Il Convegno del 4 dicembre 2014 su Identità ed Eredità Digitale che si svolse a Milano riuscì ad offrire una panoramica piuttosto dettagliata di quelle che sono le problematiche della Vita e della Morte Digitale.

Il  Convegno, dal Titolo “Identità ed eredità digitali. Stato dell’arte  possibili soluzioni al servizio del cittadino”, organizzato dal Center on International Markets, Money and Regulation dell’Università commerciale Luigi Bocconi e in collaborazione con il Consiglio Nazionale del Notariato ha presentato un interessante approfondimento su temi digitali strettamente connessi a temi piu’ che reali. La Vita e la Morte.

In particolare le relazioni dei partecipanti hanno riguardato sia il profilo strettamente formale/burocratico sia quello sociale/filosofico, di tali temi dall’Anagrafe alle Successioni.

Il tema Vita, o più correttamente quello concernente l’identità digitale venne brillantemente affrontato da un lucidissimo Stefano Rodota’ che riuscì con un semplice elenco di aggettivi che poi si dimostreranno vere Parole Chiave a farci comprendere la complessità e la multifunzionalità della moderna identità digitale parlandoci di:

identità disperse, sconosciute, inconoscibili, proibite, false, nascoste, anonime, frammentate, e su ognuna di esse il Prof. Rodotà offrì grandi spunti di riflessione.

Il Professore poi evidenzia che ormai SIAMO quello che Google dice che SIAMO. Le nostre identità cioè sono ricostruite, esterne, confezionate con algoritmi probabilistici fuori di noi, delle quali difficilmente possiamo mantenere un controllo e propone un corretto riferimento alla necessità – vista la complessità di tali identità – di esercizio del diritto all’oblio di prossima affermazione grazie al Regolamento Europeo Privacy.

Non solo, Rodotà evidenziò che si trattava di identità presenti, passate e future (grazie all’analisi dei BIG DATA) contestualmente presentate sui motori di ricerca.

Interverranno sull’argomento anche Oreste Pollicino  e  T. Smedinghoff, della American Bar Association.

L’avvocato Bianca del Genio, Responsabile Legale di Microsoft aprì il suo intervento avvertendo che tra le identità digitali ci sono anche quelle costruite ad hoc dall’utente (quella cioè che lo stesso costruisce consapevolmente).

Successivamente il convegno affrontò le problematiche connesse alla gestione dei dati digitali dopo la  morte e di come il Notariato debba garantirne la correttezza, soprattutto perchè al di la’ dei beni patrimoniali digitali c’e’ (tuttora) anche una scarsa considerazione dei beni (digitali) affettivi. La questione è principalmente legata al fatto che nell’era digitale diventa necessario definire la sorte dei beni digitali, che sono ad esempio i contenuti  degli archivi digitali su locale o su cloud, le transazioni effettuate online, ma anche i blog e i profili sui diversi social network, come Facebook, Pinterest, Instangram e Twitter, ecc.

Durante il Convegno si offrirono anche i risultati emersi da un sondaggio a cura di McAfee del luglio 2014 nel quale si  calcolò che a livello globale il valore dei beni virtuali memorizzati sui dispositivi digitali era pari a circa 35mila dollari per ciascun navigatore.  Sul Podio i ricordi personali, foto e video con un valore di 17.065 dollari; seguono le informazioni personali (sanitarie, finanziarie) con un valore di 6.400 dollari, le informazioni di natura professionale con un valore di 4.381 dollari, quelle relative ai progetti e hobby (poco più di 3mila dollari), le comunicazioni personali (2.147 dollari) ed i file di gioco o di intrattenimento (1.721 dollari).

Inoltre ci sono due categorie di problematiche connesse all’eredità digitale:

La prima riguarda l’accesso a password e la conoscenza dei contenuti da parte degli eredi dei beni digitali del de cuius.

La seconda concerne la giurisdizione applicabile, da momento che spesso i servizi di posta elettronica, i motori di ricerca o i social network non sono localizzati in Italia e seguono quindi la legislazione dei diversi Paesi coinvolti.  L’applicazione di normative vecchie a realtà nuove (create dal digitale) impedisce di trovare una soluzione a livello nazionale.

Inoltre i principali operatori di servizi Internet hanno sede negli USA, o in ogni caso sono multinazionali con sedi all’estero rispetto al paese in cui operano e le loro condizioni d’uso, che l’utente accetta, rinviano quasi sempre ad una legge e ad un tribunale straniero.

Il Notariato italiano, è stato il primo nel Mondo  ad occuparsi della materia avviando un un tavolo di lavoro che ha coinvolto non solo gli operatori del settore (con Microsoft e Google in prima fila ), ma anche gli studi legali e gli esperti della materia. L’idea è quella di creare un sistema di risoluzione delle controversie ad hoc, una soluzione alternativa ai fori giuridici tradizionali.

Spinta al progetto è stata in particolare data dal coinvolgimento di Stefano Rodotà e Tom Smedinghoff, della American Bar Association, massimo esperto statunitense della materia.

Al termine del Convegno cerco di approfondire la questione Eredità Digitale w scopro che Google rinvia il problema dell’accesso ai dati da parte degli eredi ad una Corte di Giustizia californiana.

Microsoft invece ha voluto andare incontro all’esigenze del consumatore prevedendo l’accessibilità ai dati digitali in seguito ad una autodichiarazione dell’erede.

Inoltre Microsoft si adopera per garantire la leggibilità del documento che potrebbe a causa del tempo trascorso non essere più leggibile, per i diversi aggiornamenti tecnologici intervenuti.

Si narra anche che Microsoft offre sul mercato un sistema Cloud ai massimi livelli di sicurezza sia sotto un profilo di riservatezza che di integratezza e di disponibilità del dato.

Anche con riferimento al diritto all’oblio Microsoft garantisce la massima disponibilità ad andare incontro alle esigenze del consumatore. Sempre chè ovviamente ci siano i presupposti (mancanza di interesse pubblico, NON attualità della notizia. Ecc).

SE posso esprimere delle considerazioni finali rilevo, che a dispetto di quel che si narra sull’arretratezza digitale italiana, il Nostro Paese è stato tra i primi a muoversi sia sotto un profilo istituzionale sia sotto un profilo aziendale quando si parla di diritti civili digitali.

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Ci sarò al BTO 2017 e vi parlerò (il 29 Novembre) di GDPR e marketing turistico

Anche quest’anno sarò presente con una mia relazione alla Borsa del Turismo On Line nella bellissima Fortezza Dal Basso a Firenze.

Vi parlerò di GDPR (nuovo Regolamento Europeo) e marketing turistico. Questo è il mio SLOT alle 16 e 40 del 29 Novembre 2017 in Presentation Arena- Qui la mia BIO.

Il BTO è un evento bellissimo di cui ho scritto più volte ed è fondamentale per capire i trend del mondo del turismo, ma non solo, come big data, share-economy, coworking e nuove app alberghiere. Inoltre quest’anno si parlerà anche di  Internet Security e Blockchain

Nel mio intervento cercherò di svelare come saper mantenere un buon rapporto con i clienti, soprattutto nei social, grazie alle modalità corrette di uso dei dati personali nell’ottica di responsabilità di cui al GDPR, la nuova disciplina europea in materia che dovrà essere osservata dal 25 maggio 2018.

E  naturalmente vi parlerò anche di DPO (Data Protection Officer) e di chi nel mondo del turismo lo deve designare e quindi comunicare all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.

E Privacy 2017

Anche quest’anno ho partecipato all’edizione autunnale di EPrivacy, per “credo” “la mia decima volta (lo faccio dal 2006). EPrivacy 2017

Qui il Mio Audio un po’ lunghetto ma si fa ascoltare

QUI la mia presentazione

A breve dovrei riuscire a pubblicare anche l’intervista che mi hanno fatto nel corso di questo evento

WORKSHOP 25 Ottobre – Smau Milano 2017 – Il Regolamento Europeo Privacy e il ruolo del Dpo – con PDF presentazione

L’intervento illustrerà il nuovo Regolamento Europeo Privacy.
-Cosa e come cambia il trattamento dei dati nel web con particolare riferimento al fenomeno alla profilazione e al marketing;
-Risponderà a come adeguarsi alla nuova disciplina.
-Grande approfondimento sul tema del Dpo (Data Protection Officer)
-Competenze, compiti, responsabilità
-Chi e come deve nominarlo

QUI PER VEDERE L’EVENTO

per le persone che verranno venire a vedermi

INVITO SMAU

Mercoledì 25 – ore 11:30
Durata: 50 minuti Livello:

Arena Smart Communities Fiera Milano City

Qui la mia presentazione

Cassazione: non è reato se filmi rapporti intimi in casa, se non c’è divulgazione | E la Privacy?

La decisione della Corte di Cassazione n. 22221/17 dell’8 maggio 2017 (QUI l’articolo pubblicato su StartUpItalia) in materia di video a contenuto sessuale sorprende perchè sancisce l’inapplicabilità del 615 bis del codice penale a colui che riprende scene sessuali con la telecamera all’insaputa del partner, quando questo sia consapevole almeno della loro presenza e non ci sia divulgazione.La sentenza fa (giustamente) discutere perchè sembra anomalo che dati concernenti la vita sessuale possano essere trattati impunemente. Più precisamente secondo me la fattispecie come prospettata non tiene conto del trattamento illecito di dati personali. E’ vero che i giudici sono tenuti a decidere in base alla domanda fatta e forse è corretto sostenere che non ci sia l’interferenza illecita di cui all’articolo 615 bis, però già dall’inizio del procedimento la fattispecie in questione avrebbe dovuto essere quella del trattamento illecito di cui al 167 del codice privacy, che invece non è stato affatto affatto preso in considerazione.

All’imputato era stato invece addebitato il reato di cui all’art. 615-bis cod. pen., sul presupposto che egli avrebbe filmato alcuni rapporti sessuali avuti con la convivente, all’insaputa di quest’ultima.

Secondo il giudicante, il delitto de quo non sarebbe configurabile, atteso che le scene riprese riguardavano atti della vita dei due protagonisti della vicenda, che avevano avuto svolgimento in un luogo qualificabile per entrambi come privata dimora, senza dunque che altri vi avessero interferito. Il video in questione, del resto, non era stato certamente divulgato ad altri o diffuso in qualsiasi forma, e solo in questo caso sarebbe stato ravvisabile un (diverso) illecito penale.
Il ricorrente si duole dell’inosservanza ed erronea applicazione della norma incriminatrice, facendo osservare che avrebbe dovuto assumere carattere decisivo, in chiave accusatoria, il rilievo dell’accertata mancanza di consenso da parte della convivente non già alla diffusione delle immagini, ma alle riprese come tali.

Le argomentazioni dell’imputato su questo punto sottolineano che la presunta persona offesa, come emerso da pacifiche acquisizioni istruttorie, era certamente consapevole sia dell’installazione di una videocamera, sia della circostanza che la stessa veniva attivata in occasione dei rapporti anzidetti.

E di conseguenza la Corte sulla base di tali considerazioni ha rigettato il ricorso della convivente ritenendo chenon integra il reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis cod. pen.) la condotta di colui che, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva, provveda a filmare in casa propria rapporti intimi avvenuti con la convivente, in quanto l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto art. 615-bis cod. pen. è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata, e non già quella del soggetto che invece sia ammesso, sia pure estemporaneamente, a farne parte; mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di “vita privata” si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato” (Cass., Sez. V, n. 1766/2008 del 28/11/2007, Ra. Ch., Rv 239098).
I principi richiamati meritano ancora piena condivisione, atteso che la norma incriminatrice sanziona i soli comportamenti di interferenza posti in essere da chi, rispetto agli atti della vita privata che ne sono oggetto, risulti estraneo: ergo, chi partecipa, con l’assenso dell’offeso, alla scena in questione (sia essa domestica, intima, o comunque tale da non rendersi percepibile ad una generalità indeterminata di persone) non può essere soggetto attivo del reato. La conclusione ora illustrata (continua la Corte) appare coerente con l’indirizzo seguito dalla giurisprudenza di legittimità, in applicazione del citato art. 615-bis, anche in casi diversi: infatti, il delitto de quo è stato ravvisato nella condotta di chi, «con l’uso di una macchina fotografica, si procuri indebitamente immagini di ragazze, partecipanti al concorso di “Miss Italia”, ritratte nude o seminude nel camerino appositamente adibito per consentire loro di cambiarsi d’abito, in quanto detto camerino rientra nei luoghi di privata dimora, intesi come luoghi che consentono una sia pur temporanea, esclusiva disponibilità dello spazio, nel quale sia temporaneamente garantita un’area di intimità e riservatezza» (Cass., Sez. V, n. 36032 dell’11/06/2008, Mi., Rv 241587); mentre, per converso, il medesimo reato «non è configurabile per il solo fatto che si adoperino strumenti di osservazione e ripresa a distanza, nel caso in cui tali strumenti siano finalizzati esclusivamente alla captazione di quanto avvenga in spazi che, pur di pertinenza di una privata abitazione, siano però, di fatto, non protetti dalla vista degli estranei» (Cass., Sez. V, n. 44156 del 21/10/2008, Go., Rv 241745).
Va ulteriormente puntualizzato che non può intendersi decisivo, per escludere la rilevanza penale della condotta, che il fatto avvenga nell’abitazione di chi ne sia autore: quel che rileva è che il
dominus loci non sia estraneo al momento di riservatezza captato, con la conseguenza che risponde del reato anche chi predispone una videocamera nel bagno di casa sua per carpire immagini di chi (convivente od ospite che sia) vi si trattenga per accudire alla propria persona; non ne risponde, invece, il padrone di casa che si fa la doccia insieme con il suddetto convivente od ospite, con il consenso di entrambi a condividere quella dimensione privata, e pur decida di riprendere la scena all’insaputa dell’altro. Ergo, il delitto deve ascriversi anche a chi predispone strumenti per registrare le telefonate che il coniuge effettui dall’apparecchio installato presso il comune domicilio (v. Cass., Sez. V, n. 8762/2013 del 16/10/2012, S.), ovvero al titolare di uno studio professionale che occulti un cellulare nella toilette per spiare le impiegate, senza l’assenso del personale (v. Cass., Sez. III, n. 27847 del 30/04/2015, R.): nei casi appena evidenziati, il soggetto attivo non poteva intendersi partecipe delle telefonate o dei contesti di intimità in questione.
Né, infine, va conferita decisività alla particolare “privatezza” della scena ripresa: il discrimine tra l’interferenza e la condotta lecita non è dato dalla natura del momento di riservatezza violato, bensì – si ripete – dalla circostanza che il soggetto attivo vi sia o meno estraneo. Perciò, nella fattispecie concreta, il reato non sussiste non già perché le immagini carpite (e certamente non divulgate) riguardavano rapporti sessuali, ma perché l’avente diritto – la convivente – aveva ammesso il partner a quella sfera di intimità: a identiche determinazioni sarebbe stato doveroso pervenire, dunque, laddove la donna fosse stata intenta a cucinare e l’imputato si fosse trovato normalmente al suo cospetto, con un telefonino nascosto ed utilizzato in funzione di videoripresa.

Questo quanto determinato dalla Corte ma a parere di chi scrive ben poteva iniziarsi un procedimento per trattamento illecito di dati personali di cui al 167 Codice Privacy posto che in passato in altro caso la Corte aveva chiarito che il danno per la vittima, elemento costitutivo del reato di trattamento illecito di dati personali di cui all’art. 167, D.Lgs. 196/2003, può essere di natura patrimoniale o non patrimoniale e quindi essere correttamente individuato nel pregiudizio della vita di relazione che la condotta illecita può arrecare.

E nel caso di specie un trattamento illecito c’è stato perchè la consapevolezza della presenza di telecamere non è la consapevolezza di essere effettivamente registrati nel caso concreto e tanto meno è l’aver autorizzato espressamente la memorizzazione di quell’atto sessuale e la sua archiviazione, tutti trattamenti concernenti nel caso specifico la vita sessuale, per cui in base al Codice Privacy occorre il consenso, a prescindere, anche se nessuna divulgazione verrà poi fatta.

Cassazione: non è reato se filmi rapporti intimi in casa, se non c’è divulgazione | E la Privacy?

Il tempo non è l’unico elemento da considerare nel diritto all’oblio

DALLA SERIE COME HO GIA’ DETTO IN altri casi precedenti a questo

Il trascorrere del tempo è senz’altro l’elemento più importante per valutare l’accoglimento di una richiesta ad “essere dimenticati”, ma l’esercizio del cosiddetto “diritto all’oblio” può incontrare altri rilevanti limiti, come precisato dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei.

Proprio queste ulteriori circostanze ha dovuto prendere in considerazione l’Autorità italiana nell’esaminare il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva la rimozione di alcuni url dai risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nominativo su Google. Questi url, infatti, rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria nella quale lo stesso era stato coinvolto e che si era conclusa con la sua condanna. Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) e l’interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato [doc. web n. 6692214].

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato nell’imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria riproponendola in occasione dell’assunzione di un importante incarico da parte dell’interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google – che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell’interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell’avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza “Google Spain”, nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto rilevante, l’Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l’url che rinviava all’unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all’epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L’Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l’intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall’interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato