Settima edizione di Glocal – Festival del Giornalismo Digitale

Torna dall’8 all’11 novembre a Varese il Festival del Giornalismo Digitale organizzato da Varesenews. Quattro giorni di incontri, workshop ed eventi collaterali con oltre 150 speaker, 60 appuntamenti organizzati in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.

Novità di quest’anno saranno due premi, uno per il giornalismo multimediale intitolato ad Angelo Agostini ed uno destinato al data journalism. Anche in questa edizione verrà riproposto il laboratorio di giornalismo digitale dedicato a studenti di scuola media superiore e universitari, organizzato in collaborazione con il Consiglio Regionale della Lombardia.

Il Ribaltone della NET Neutrality

 

Il Fatto

 

    1. La Federal Communication Commission (FCC), l’agenzia che regola il settore delle comunicazioni negli Stati Uniti, ha deciso (di recente) di eliminare le regole sulla net neutrality. approvate due anni fa quando l’agenzia era a base democratica.

La net neutrality (o neutralità della rete) è un principio in base al quale nessun provider (ISP o fornitore di servizi di telecomunicazioni) dovrebbe decidere se rendere più lento o più veloce l’accesso a una determinata pagina, permettendo così a qualunque sito internet di avere pari dignità (e opportunità) nel magico mondo digitale. I provider in base alla net neutrality non dovevano fino ad oggi agevolare la creazione di una qualche “corsia preferenziale” (magari a pagamento) sulle autostrade della rete.

Da pochi giorni invece esiste un nuovo regolamento per gli ISP statunitensi che ribalta la disciplina precedente. Detto Regolamento approvato a maggioranza – con 3 sì contro 2 no –  dall’agenzia indipendente FCC presieduta da Aji Pai e ora a base repubblicana consentirebbe – a detta dei detrattori – agli ISP  di gestire liberamente il traffico online, potendo quindi bloccare, rallentare o accelerare il passaggio di alcuni dati rispetto ad altri, senza particolari limitazioni, con  il solo obbligo di avvisare i loro clienti sulle disparità di trattamento che decideranno di attuare.

Diverse associazioni di consumatori e alcuni colossi come Netflix, Google e Twitter  hanno annunciato di volere fare ricorso in tribunale contro questa decisione, mettendo in discussione la validità del regolamento e sostenendo che l’enorme potere concesso ai provider inficerebbe la libertà (anche di pensiero) della rete.

Cos’è la net neutrality
Il concetto, nell’accezione attuale applicata a Internet, risale al 2002 ed è attribuito a Tim Wu che è ora docente di legge presso la Columbia Law School di New York.

Il teorema parte dalla considerazione che per  navigare online, qualunque utente deve fare riferimento ad un provider, cioè il soggetto che gestisce fisicamente la connessione dati e che smista  le trasmissioni in modo da permettere l’accesso a   qualsiasi sito nel mondo. Avendo gli ISP  il potere di decidere come gestire le connessioni occorrono delle regole (esistenti fino ad oggi) di net neutrality che obbligassero i provider a fornire le connessioni in modo imparziale senza tenere in considerazione il loro contenuto, trattando quindi tutti i dati allo stesso modo senza permettere favori o protezioni.

Le origini della net neutrality
In realtà il paradigma della net neutrality   arriva da lontano e cioè dalla seconda metà dell’Ottocento, in epoca priva di Internet, ma in cui comunque occorreva garantire il passaggio delle informazioni senza particolari restrizioni e discriminazioni, attraverso mezzi di comunicazione allora emergenti come il telegrafo.

Negli Stati Uniti si iniziò a parlare in modo esteso di neutralità delle reti in quel periodo, considerando come regola base che tutto il traffico su un determinato mezzo di trasmissione (o di trasporto) dovesse essere trattato allo stesso modo.

I sostenitori della neutralità

Secondo i sostenitori della neutralità della rete, è stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti a decretare il successo di Internet. L’accesso a pari condizioni al web avrebbe permesso a Google, Amazon e Yahoo di partire dal nulla e di diventare in pochi anni alcune delle società più grandi al mondo, lasciando al tempo stesso la possibilità ad altre piccole aziende di trovare un loro spazio e di crescere, come nel caso di Facebook e Twitter, arrivate più tardi sul mercato.

Se i provider – sostengono i sostenitori della neutralità – si mettessero a chiedere ad esempio ai siti che trasmettono video in streaming di pagare una tariffa più alta, perché consumano più banda, probabilmente solo i più importanti  come YouTube avrebbero  risorse per contrattare e pagare le cifre richieste, mentre i più piccoli non riuscirebbero  a sostenerne i costi, rimanendo così svantaggiati e senza possibilità di crescere.

I contrari alla net neutrality

Chi è contrario sostiene invece che il trattamento alla pari del traffico potrebbe danneggiare l’innovazione perchè alcuni servizi potrebbero avere la necessità di essere gestiti senza ritardi (pensiamo ad esempio alle videochiamate) e con una quantità adeguata di banda e i provider potrebbero allo scopo sperimentare opzioni “premium” da fare pagare ai loro clienti, per dare la precedenza a un determinato tipo di traffico. In caso di applicazione rigida di net neutrality ciò non sarebbe possibile, limitando la possibilità per i provider di creare nuovi servizi.

Inoltre i sostenitori delle nuove regole affermano che non era necessaria la disciplina di cui al 2015 sulla net neutrality, poiché  la rete fino ad allora non aveva problemi di alcun tipo per quanto riguarda la disparità di trattamento dei siti e dei servizi online. Il capo della FCC, Ajit Pai, ha sempre sostenuto che le vecchie regole fossero superflue e di aver lavorato da inizio anno al piano  contro la net neutrality, su indicazione dell’amministrazione del presidente Donald Trump.

Il dibattito negli Stati Uniti
Il dibattito sulla net neutrality riferita a Internet e alle connessioni ad alta velocità   negli Stati Uniti risale al 2004 e in seguito a una sentenza del  gennaio 2014 è tornato più prepotente di prima, quando la corte d’appello di Washington, DC  affermò che le regole precedenti imposte dalla FCC sulla net neutrality non fossero state valide  (si faceva riferimento alla Open Internet Order, una direttiva del 2010 che impediva ai provider di bloccare contenuti e fare discriminazioni “irragionevoli” online, mentre dava margini più ampi ai gestori mobili)

In seguito sono state approvate le regole del 2015, volute dalla FCC di area democratica facenti capo a Obama, poi ribaltate con la decisione di ieri.

E in Europa?
Almeno sulla carta, la neutralità della rete è tutelata con minori sfumature nell’Unione Europea. A inizio aprile il Parlamento europeo ha determinato un Regolamento sulle telecomunicazioni, che, oltre ad avere sancito l’abolizione delle tariffe del roaming per i cellulari all’estero, ha previsto più garanzie per la neutralità della rete.

Conclusioni
Credo che non vi sia dubbio che regolamentare Internet sia opera ardua proprio per come è strutturata la rete. I sistemi per stabilire le connessioni e quelli per gestire il traffico si modificano ed evolvono di continuo, così come si trasformano i servizi che diventano sempre  più pesanti e più ingordi di banda. Inoltre negli anni si è osservata l’evoluzione delle modalità per  collegarsi a Internet, prima tramite la connessione telefonica e poi con strumenti sempre più sofisticati anche nel mobile.

Credere che i fornitori di servizi (che siano quelli di connessione come gli ISP o anche i gestori di servizi dell’informazione come Google o Facebook) si facciano garanti della imparzialità della rete mi sembra pura utopia.

I primi forniscono le autostrade, i secondi gestiscono le tratte, ma le auto sono le nostre e solo noi possiamo sapere quale sarà la via migliore

Vecchio articolo (mai pubblicato ma attuale) Identità e Eredità Digitale: il Convegno 4 dicembre 2014, con il Prof Stefano Rodotà

Il Convegno del 4 dicembre 2014 su Identità ed Eredità Digitale che si svolse a Milano riuscì ad offrire una panoramica piuttosto dettagliata di quelle che sono le problematiche della Vita e della Morte Digitale.

Il  Convegno, dal Titolo “Identità ed eredità digitali. Stato dell’arte  possibili soluzioni al servizio del cittadino”, organizzato dal Center on International Markets, Money and Regulation dell’Università commerciale Luigi Bocconi e in collaborazione con il Consiglio Nazionale del Notariato ha presentato un interessante approfondimento su temi digitali strettamente connessi a temi piu’ che reali. La Vita e la Morte.

In particolare le relazioni dei partecipanti hanno riguardato sia il profilo strettamente formale/burocratico sia quello sociale/filosofico, di tali temi dall’Anagrafe alle Successioni.

Il tema Vita, o più correttamente quello concernente l’identità digitale venne brillantemente affrontato da un lucidissimo Stefano Rodota’ che riuscì con un semplice elenco di aggettivi che poi si dimostreranno vere Parole Chiave a farci comprendere la complessità e la multifunzionalità della moderna identità digitale parlandoci di:

identità disperse, sconosciute, inconoscibili, proibite, false, nascoste, anonime, frammentate, e su ognuna di esse il Prof. Rodotà offrì grandi spunti di riflessione.

Il Professore poi evidenzia che ormai SIAMO quello che Google dice che SIAMO. Le nostre identità cioè sono ricostruite, esterne, confezionate con algoritmi probabilistici fuori di noi, delle quali difficilmente possiamo mantenere un controllo e propone un corretto riferimento alla necessità – vista la complessità di tali identità – di esercizio del diritto all’oblio di prossima affermazione grazie al Regolamento Europeo Privacy.

Non solo, Rodotà evidenziò che si trattava di identità presenti, passate e future (grazie all’analisi dei BIG DATA) contestualmente presentate sui motori di ricerca.

Interverranno sull’argomento anche Oreste Pollicino  e  T. Smedinghoff, della American Bar Association.

L’avvocato Bianca del Genio, Responsabile Legale di Microsoft aprì il suo intervento avvertendo che tra le identità digitali ci sono anche quelle costruite ad hoc dall’utente (quella cioè che lo stesso costruisce consapevolmente).

Successivamente il convegno affrontò le problematiche connesse alla gestione dei dati digitali dopo la  morte e di come il Notariato debba garantirne la correttezza, soprattutto perchè al di la’ dei beni patrimoniali digitali c’e’ (tuttora) anche una scarsa considerazione dei beni (digitali) affettivi. La questione è principalmente legata al fatto che nell’era digitale diventa necessario definire la sorte dei beni digitali, che sono ad esempio i contenuti  degli archivi digitali su locale o su cloud, le transazioni effettuate online, ma anche i blog e i profili sui diversi social network, come Facebook, Pinterest, Instangram e Twitter, ecc.

Durante il Convegno si offrirono anche i risultati emersi da un sondaggio a cura di McAfee del luglio 2014 nel quale si  calcolò che a livello globale il valore dei beni virtuali memorizzati sui dispositivi digitali era pari a circa 35mila dollari per ciascun navigatore.  Sul Podio i ricordi personali, foto e video con un valore di 17.065 dollari; seguono le informazioni personali (sanitarie, finanziarie) con un valore di 6.400 dollari, le informazioni di natura professionale con un valore di 4.381 dollari, quelle relative ai progetti e hobby (poco più di 3mila dollari), le comunicazioni personali (2.147 dollari) ed i file di gioco o di intrattenimento (1.721 dollari).

Inoltre ci sono due categorie di problematiche connesse all’eredità digitale:

La prima riguarda l’accesso a password e la conoscenza dei contenuti da parte degli eredi dei beni digitali del de cuius.

La seconda concerne la giurisdizione applicabile, da momento che spesso i servizi di posta elettronica, i motori di ricerca o i social network non sono localizzati in Italia e seguono quindi la legislazione dei diversi Paesi coinvolti.  L’applicazione di normative vecchie a realtà nuove (create dal digitale) impedisce di trovare una soluzione a livello nazionale.

Inoltre i principali operatori di servizi Internet hanno sede negli USA, o in ogni caso sono multinazionali con sedi all’estero rispetto al paese in cui operano e le loro condizioni d’uso, che l’utente accetta, rinviano quasi sempre ad una legge e ad un tribunale straniero.

Il Notariato italiano, è stato il primo nel Mondo  ad occuparsi della materia avviando un un tavolo di lavoro che ha coinvolto non solo gli operatori del settore (con Microsoft e Google in prima fila ), ma anche gli studi legali e gli esperti della materia. L’idea è quella di creare un sistema di risoluzione delle controversie ad hoc, una soluzione alternativa ai fori giuridici tradizionali.

Spinta al progetto è stata in particolare data dal coinvolgimento di Stefano Rodotà e Tom Smedinghoff, della American Bar Association, massimo esperto statunitense della materia.

Al termine del Convegno cerco di approfondire la questione Eredità Digitale w scopro che Google rinvia il problema dell’accesso ai dati da parte degli eredi ad una Corte di Giustizia californiana.

Microsoft invece ha voluto andare incontro all’esigenze del consumatore prevedendo l’accessibilità ai dati digitali in seguito ad una autodichiarazione dell’erede.

Inoltre Microsoft si adopera per garantire la leggibilità del documento che potrebbe a causa del tempo trascorso non essere più leggibile, per i diversi aggiornamenti tecnologici intervenuti.

Si narra anche che Microsoft offre sul mercato un sistema Cloud ai massimi livelli di sicurezza sia sotto un profilo di riservatezza che di integratezza e di disponibilità del dato.

Anche con riferimento al diritto all’oblio Microsoft garantisce la massima disponibilità ad andare incontro alle esigenze del consumatore. Sempre chè ovviamente ci siano i presupposti (mancanza di interesse pubblico, NON attualità della notizia. Ecc).

SE posso esprimere delle considerazioni finali rilevo, che a dispetto di quel che si narra sull’arretratezza digitale italiana, il Nostro Paese è stato tra i primi a muoversi sia sotto un profilo istituzionale sia sotto un profilo aziendale quando si parla di diritti civili digitali.

)