Qualche mese fa il Garante Privacy italiano ha pubblicato un’indagine conoscitiva sui Big Data, dove è emerso in sintesi, che circa 6 utenti su 10 non solo sono consapevoli di generare, con le loro attività online, dati utilizzabili per attività di profilazione, ma anche che essi appaiono informati dell’elevato grado di pervasività dei sistemi di raccolta (es. geo-localizzazione, accesso a funzionalità come la rubrica, il microfono e la videocamera) e della possibilità di sfruttamento dei dati da parte delle imprese.

L’ Indagine conoscitiva è articolata in 5 capitoli e un capitolo conclusivo. In tale contesto, con la locuzione “Big Data” si fa riferimento nell’assenza di definizioni normativamente vincolanti, alla raccolta, all’analisi e all’accumulo di ingenti quantità di dati, tra i quali sono ricompresi dati di natura personale ( e naturalmente quelli sensibili).

Scopo principale degli articolati processi sottesi all’utilizzo di Big Data vuole essere, in termini generali, quella di “accrescere l’efficienza dei processi produttivi, migliorare la capacità decisionale degli amministratori, prevedere più accuratamente le tendenze di mercato e indirizzare in modo molto più mirato (e dunque variamente efficiente) la pubblicità o le diverse proposte commerciali”

A tal fine è cruciale il processo di “estrazione di conoscenza” dai Big Data, nell’ambito del quale è possibile enucleare tre ordini principali di attività: i) la raccolta, che a sua volta si articola in generazione, acquisizione e memorizzazione, ii) l’elaborazione, che coinvolge attività di estrazione, integrazione e analisi, iii) l’interpretazione e l’utilizzo.

La generazione si realizza nell’ambito di attività svolte dagli utenti in un contesto informatizzato ovvero nell’ambito della cosiddetta Internet of things.

Le attività svolte dagli utenti possono fornire informazioni rilevanti sui comportamenti e sulle preferenze degli individui

Si è confrontata la capacità dei computer rispetto a quella delle persone nel saper tracciare aspetti fondamentali della personalità. Il giudizio fornito dalle persone era fondato sulla loro familiarità con gli individui giudicati, mentre quello elaborato dal computer veniva generato dai big data e come scoperto da uno studio del 2015 dell’Università di Standford e di Cambridge anche dall’analisi dei “mi piace” di Facebook.

L’importanza dei big data ha ancor più rilevanza in ambito sanitario dove è ora più che mai necessario che tutti gli operatori comprendano che esercitare la professione sanitaria oggi vuol dire non solo curare le persone, ma prendersi anche cura dei loro dati.

Le due cose non sono più scindibili. In un sistema sanitario sempre più “dipendente” dai dati personali trattati attraverso molteplici strumenti (fascicolo sanitario elettronico, sistemi di diagnostica, telemedicina, dispositivi medici, e ora forse anche con applicazioni di contact tracing a causa del Covid-19, ecc.) il pieno rispetto dei principi di protezione dati (tra i quali quelli di liceità, correttezza, trasparenza, esattezza, integrità e sicurezza) rappresenta ormai una condizione indispensabile per il corretto svolgimento della professione medica.

Qui il link all’articolo di Federprivacy https://www.federprivacy.org/informazione/punto-di-vista/l-importanza-dei-big-data-sulle-app-di-tracciamento

Di Monica Gobbato

Avv. Monica Gobbato Avvocato digitale, già commissario d’esame per Privacy Officer nel 2013, 2014 e Digital Champion per il Comune di Camogli, in passato è stata senior associate di due grandi studi legali internazionali: Gianni, Origoni & Partners e Baker e MCKenzie a Milano, dove ha coordinato i dipartimenti di Diritto della Privacy nell’ambito di Information Technology. Si occupa di Privacy dal 1997 e di Diritto dell’informatica dal 2003. Prof A.C. all’università Ca’ Foscari a Venezia dal 2007, è docente in Master Universitari, Seminari e Corsi in tutta Italia. Relatrice e moderatrice in materia di Diritto dell’informatica, privacy e cybercrime. Scrive per Assodigitale, StartUPItalia, CheFuturo, Key4biz

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